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Gay news Notizie, attualita' da tutto il Mondo sull'omosessualita' Gay news


Cardinale Tonini: Canzoni su gay offendono etero e omosessuali.

(Agi) La Chiesa si rivolge agli omosessuali con "dolcezza, carita' e misericordia". "Chi sbaglia nei confronti dei gay e' chi scrive racconti e canzonette per lucrare sulle loro disgrazie". Lo afferma il card. Ersilio Tonini, che ha trovato particolarmente di "'cattivo gusto" la presenza a Sanremo della canzone "Il mio amico", che tratta una storia tra omosessuali: "penso - dice in un'intervista a 'papanews.it' - che neppure ai gay piacerebbe e comunque non e' plausibile trasmetterla in un orario nel quale anche i bambini possono essere davanti alla tv". Tonini, che ha 93 anni, va a letto presto e non guarda il Festival, ma della canzone della Tatangelo si e' fatto un'idea precisa: "ritengo - spiega - che un tema cosi' scottante, cosi' delicato e tanto controverso come l'omosessualita' non possa essere oggetto di una canzonetta. Mi sembra assurdo, oltre che offensivo verso gli omosessuali stessi, fare di questa diversita' l'oggetto di un concorso televisivo". Secondo Tonini, la vicenda
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Famiglia Cristiana e Arcigay attaccano il Pd.

(L'Unità) «Pasticcio veltroniano in salsa pannelliana». È questo il titolo dell'editoriale di "Famiglia Cristiana" - martedì in edicola - con il quale il settimanale dei Paolini boccia l'apertura di Walter Veltroni ai radicali nel Partito democratico.

Secondo Famiglia Cristiana «i radicali hanno una concezione "confessionale" della loro identità. Ogni scelta, ogni nome ha valore simbolico. La squadra di candidati, negoziata con Walter Veltroni, ha una forte fisionomia radicale, connotata su battaglie che, come ha detto Emma Bonino, "non si interrompono affatto".

«È facile - si legge ancora nell'editoriale - dire quali siano: aborto, eutanasia, depenalizzazione della droga. E poi c'è l'abolizione del Concordato e dell'otto per mille, e sopra ogni cosa un' ideologia libertaria, in salsa pannelliana, alternativa alla storia e ai principi etici, economici e sociali di questo Paese».

E non solo: la lotta contro l'omofobia, evocata nel discorso di Walter Veltroni alla recente Assemblea nazionale del Pd, non è stata inclusa nel programma: è quanto denuncia il presidente nazionale di Arcigay, Aurelio Mancuso, alla luce della presentazione, questa mattina, del testo definitivo del programma elettorale del Partito Democratico.
Secondo Mancuso «è evidente che le pressioni esercitate in questi giorni dalla pattuglia teodem, che ritiene inaccettabile qualsivoglia tutela delle persone lgbt (lesbiche, gay, bisex e trans, ndr) ritenendole solo malati da curare, abbiano vinto. Gli assassini, le violenze, gli assalti alle sedi delle associazioni lgbt non contano nulla».Sphere: Related Content

Il mondo omosessuale boccia il brano della Tatangelo ed è polemica. "Che gaffe questa canzone".

(Simona Totino - Cronaca qui) Dai malati di mente di Simone Cristicchi al mondo gay di Gigi D’Alessio cantato dalla splendida voce di Anna Tatangelo, per la quinta volta sul palco dell’Ariston. È ancora un tema sociale a tenere banco al Festival di Sanremo ma, mentre tra luoghi comuni e patetismi, il brano di Cristicchi lo scorso anno fece immediatamente breccia nel cuore di critici e giuria portandosi a casa il primo premio, oggi quello della coppia partenopea è caduto nel pieno di una polemica dai toni davvero accesi.

Non si parla d’altro da lunedì sera, da quando la giovane Tatangelo in tubino aderente e camicia strech superscollata si è lanciata nell’interpretazione della tanto attesa “Il mio amico” dedicata al suo truccatore. Una canzone melodica, in perfetto stile D’Alessio, le cui parole però hanno immediatamente attirato l’attenzione, o meglio le critiche, del mondo omosessuale.

«Mi fa schifo, ma spero che vinca - commenta in maniera provocatoria Giovanni Minerba, direttore del Torino Glbt Film Festival (ex Festival Cinema Gay) -. È una canzone vecchia che potrebbe essere stata scritta negli anni Settanta, oggi le cose non stanno più così. Gli omosessuali non sono quelli descritti nella canzone, con il trucco che cola e la solitudine, qui D’Alessio parla di stereotipi nei quali non ci riconosciamo. Nonostante questo, spero che vinca perché, anche se maldestro, è comunque un tentativo da parte di D’Alessio e della Tatangelo di avvicinare un vasto pubblico come quello di Sanremo, alle tematiche omosessuali».

A questo punto potrebbe scattare un invito alla coppia per il Festival del Cinema che si terrà dal 17 al 25 aprile a Torino? «Ci potrei pensare, vedremo (ride, nrd)».

Dello stesso parere anche Alessandro Cecchi Paone che racconta: «Ho incontrato la Tatangelo e D’Alessio in aeroporto proprio qualche giorno fa e abbiamo parlato a lungo della canzone che a mio parere dà un’immagine antica dell’omosessualità e persino disperata. È un brano vecchio con una visione negativa di una condizione che invece è diversa. Gli omosessuali oggi, per lo più non sono soli e dormono tranquillamente accanto ai loro compagni e alle loro compagne senza trucco che sbava. In ogni caso, credo che una canzone di questo tipo aiuti la causa per la quale ogni giorno io combatto».

E dalla Riviera la giovane Anna spiega: «La canzone è ispirata a Claudio, uno dei miei migliori amici e che è stato anche il mio truccatore. Lui, gay, è di Sora, il mio paese. Un giorno, in piazza, ho assistito agli scherni con cui lo trattavano un gruppo di adolescenti gridandogli “Ricchione!”. Io ero allibita, indignata, e lui ha commentato: “Sono cresciuto con questi epiteti...”. C’è ancora tanta discriminazione verso i gay: io ho molti amici tra di loro e tutti mi raccontano le stesse brutte cose. Raccontavo tutto questo al mio fidanzato Gigi D’Alessio e gli spiegavo il mio disagio. Una sera rientro a casa e Gigi mi dice: “Ascolta un po’ cosa ho scritto”. Era “Il mio amico” e devo dire che lui mi ha stupito per la sua sensibilità verso questo argomento». «Io favorita? In effetti sono un po’ emozionata - confessa ancora la Tatangelo visibilmente emozionata - e sono anche molto scaramantica. Prima di entrare in scena mi farò un bel segno della croce. In tasca porto una piccola foto di Padre Pio, lui è il mio ver

DIRITTO DI ASILO: SI PRONUNCIA L’UE, INVITANDO I MEMBRI A CONCEDERLO AGLI OMOSESSUALI PERSEGUITATI

Con una risposta all’interrogazione depositata dal radicale Marco Cappato, assieme ai deputati di tutti i gruppi politici al Parlamento Europeo, la Commissione europea ha affermato che "In base al diritto europeo gli Stati membri non possono espellere o rifiutare lo status di rifugiato alle persone omosessuali senza tenere conto del loro orientamento sessuale, delle informazioni sulla relativa situazione nel paese di origine, ivi comprese le disposizione legislative e regolamentari e il modo in cui sono applicate". Inoltre gli Stati UE devono garantire che il personale incaricato di esaminare le domande di asilo e decidere in merito "disponga di informazioni precise ed aggiornate provenienti da varie fonti, quali l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (UNHCR)". La commissione, anche sulla base della campagna internazionale per la vita in Iran lanciata dal Gruppo EveryOne, con il sostegno di Nessuno Tocchi Caino, del Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito e del Partito Socialista Europeo, nonché delle principali organizzazioni per i diritti umani, ha affermato inoltre che è necessario "prendere seriamente in esame il codice penale iraniano e la sua applicazione pratica, nonché il possibile coinvolgimento di responsabili non statuali della persecuzione", e riconosce che è consapevole del fatto che "in Iran l'omosessualità consensuale tra adulti è perseguibile […] e che sia stata comminata la pena di morte" per questo.
“Ancora una volta vince l’Europa dei diritti umani” affermano convinti i leader di EveryOne, Roberto Malini, Matteo Pegoraro e Dario Picciau. “Continueremo ad avere fiducia e nutrire speranze in quest’Europa, che si fa portatrice di valori civili a difesa dei più deboli. E' tuttavia necessario che le disposizioni della Commissione europea non restino sulla carta, ma vengano messe in atto senza eccezioni dai Paesi membri. Ci aspettiamo inoltre risposte concrete, che si traducano nel pieno recepimento delle norme europee e internazionali in materia di diritto di asilo, dal Regno Unito – da cui nei giorni scorsi non sono giunte buone notizie per la sorte della lesbica iraniana Pegah Emambakhsh, che ha più volte rischiato la deportazione in Iran per non poter provare la propria omosessualità ed è tuttora in attesa di responso della Corte d’Appello britannica – e dall’Olanda, dove Jamal Turkhmani, un omosessuale libanese, è in attesa del responso dei giudici per ottenere l’asilo come rifugiato. Riguardo a Pegah, è necessario che i magistrati del Regno Unito considerino che la donna non intende mettere in pericolo con ulteriori rivelazioni la sua compagna e la sua famiglia, che vivono tuttora nella Repubblica Islamica. Per quanto concerne Jamal, il giovane gay rischierebbe fino a un anno di reclusione, a cui si aggiungono le minacce di morte ricevute dal padre e dal fratello a causa del suo impegno di attivista in un'associazione gay locale.

Attualita' Notizie libere gay

Usa, Pentagono studiò "bomba gay"
Far diventare omosessuali i nemici

Per combattere i nemici, il Pentagono, negli anni Novanta, finanziò una serie di studi per produrre la "bomba gay", un ordigno non letale i cui effetti avrebbero fatto diventare omosessuali i nemici, in questo modo meno efficienti perché attirati dai propri commilitoni. Il programma, confermato dall'amministrazione americana, è stato scoperto da una organizzazione pacifista di Berkeley, in California.

Nel 1994 un laboratorio dell'Aeronautica, a Dayton nell'Ohio, aveva chiesto fondi per 7,5 milioni di dollari per mettere a punto "una bomba non letale, contenente un prodotto chimico che avrebbe fatto diventare gay i soldati nemici, con lo smantellamento delle unità perché tutti i soldati sarebbero stati irresistibilmente attratti gli uni dagli altri". In pratica un devastante mix di ormoni afrodisiaci. I soldati nemici, nelle intenzioni del Pentagono, si sarebbero gettati gli uni sugli altri preferendo il sesso selvaggio omosessuale al campo di battaglia.

L'amministrazione Usa ha confermato lo stravagante piano, precisando che qualsiasi ipotesi di questo tipo è stata successivamente abbandonata.

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GaY baby Boom

NUOVE FAMIGLIE Figli di una rivoluzione. Concepiti da single e coppie unisex che aggirano la legge 40. E inventano altri legami

di Egizia Mondini


Nel 1994, uno studio pubblicato sulla rivista scientifica Pediatrics in Review, firmato dall'Accademia dei pediatri americani, presentava alcuni dati davvero interessanti. Negli Usa c'erano da 1 a 5 milioni di madri lesbiche, da 1 a 3 milioni di padri gay, più di 4 milioni di bambini nati da genitori gay. Secondo lo studio, l'orientamento sessuale di questi bambini non aveva nulla a che vedere con quello dei genitori. Così si mettevano ko attacchi e pregiudizi nei confronti delle nuove famiglie. Sono passati 11 anni e negli Usa oggi si parla di "gaybaby boom". Alla Sperm Bank of California risulta che su 1600 nati il 66% è di coppie lesbiche, il 15,5% di coppie eterosessuali, il 10% di donne single etero e l'8,5% di donne single lesbiche o bisessuali (dati dicembre 2004). I bambini con genitori gay raggiungerebbero i 6 milioni, tanto che sono nate due riviste dedicate a loro: And Baby e Proud parenting magazine. L'Europa non è rimasta a guardare. In Belgio, in Inghilterra, nella progressista Olanda, in Slovenia e, da ultimo, anche nella cattolicissima Spagna, le coppie gay e i single hanno una legge che tutela il diritto a diventare genitori e sono sempre più in crescita famiglie di questo tipo. L'Italia, si sa, è un caso a parte. La legge 40, che verrà sottoposta a referendum a giugno, è assolutamente proibitiva: impedisce a qualsiasi persona che non faccia parte di una coppia eterosessuale, sposata o convivente, di accedere alla fecondazione assistita. All'inizio di quest'anno alcune decine di madri e padri gay, con un potente "coming out", hanno fondato l'associazione Famiglie arcobaleno (www.famigliearcobaleno.org) che lotta contro i pregiudizi e per i riconoscimenti giuridici alle famiglie gay. Perché le "famiglie gaie" crescono anche nel nostro Paese. E sono il vero banco di prova dell'accettazione sociale delle unioni omosessuali, come spiegano Margherita Bottino e Daniela Danna in La gaia famiglia. Che cos'è l'omogenitorialità. Secondo una ricerca su scala nazionale del 2001, il 3,4 per cento dei gay e il 5,4 per cento delle lesbiche sono genitori. I loro figli risalgono perlopiù a precedenti matrimoni o unioni occasionali. Ma oggi molti di più aspirano a esserlo: il 40,3 per cento dei gay e il 34,5 per cento delle lesbiche vuole un figlio. Per farlo aggirano la legge. Molti decidono di andare all'estero, come racconta Maria Silvia, che ha avuto una bambina in seguito all'inseminazione artificiale di un donatore anonimo in Olanda. Così spendono cifre consistenti (il centro di medicina riproduttiva dell'ospedale universitario della Vrije Universiteit di Bruxelles, ad esempio, uno dei più accreditati in Europa nel campo della fecondazione in vitro chiede intorno ai 4200 euro. Info: www.brusselsivf.be) e tornano in Italia come madri single. Altri provano strade più artigianali. Ennio, 28 anni, libero professionista, gay, vuole da sempre essere padre e l'obiettivo è di riuscirci prima dei 30 anni. Per realizzare il suo desiderio ha scelto un'amica lesbica. "Ho una forte esigenza di veder crescere una parte di me. Di lasciare un segno su questa terra anche quando non ci sarò più. Voglio dedicare i miei sforzi alla vita di qualcun altro e dargli le cose che sono mancate a me. La madre di mio figlio deve essere un'amica, una persona seria, equilibrata e leale. Vorrei ricorrere all'inseminazione o autoinseminazione (ArciLesbica distribuiva anni fa un kit per l'inseminazione fai da te assolutamente affidabile, ndr). Siamo d'accordo di partecipare entrambi alla vita del bambino. E credo che, se tutto andrà come previsto, lo faremo il prossimo autunno, nonostante la mia famiglia non approvi". E alla domanda se non teme che un domani un figlio nato da un'unione di questo tipo possa incontrare reticenze dall'esterno, Ennio risponde: "Non cerco comprensione e integrazione. Né per me, né per mio figlio. La felicità non dipende dagli altri ma da noi stessi. Se e quando dovessimo avere problemi di accettazione cercheremo il modo migliore per affrontarli. Io, mio figlio e la mia compagna. Vorrei essere un padre comprensivo, dolce e presente. Uno di quei padri che smonta le paure del proprio figlio e non le seppellisce sotto un abbraccio". Stessi presupposti e intenzioni per Fabrizio, 40 anni, libero professionista, gay. "Ora che ho raggiunto gli obiettivi che mi ero prefissato sul lavoro, vorrei trasmettere le mie passioni, ciò che sono, quello che ho costruito. Sono già in fase avanzata di sviluppo del progetto con una coppia lesbica che mi è stata presentata da un amico comune. Loro sono insieme da 10 anni. Ci siamo conosciuti, piaciuti e trovati in comunione di pensiero, di intenti, di stili di vita. Come padre non voglio essere né troppo presente né assente. Ci sarò quando serve e anche nella quotidianità, nella distribuzione dei compiti e delle responsabilità. Il metodo che abbiamo scelto è quello dell'autoinseminazione, attraverso il kit. Il mio compagno, con cui sto a 9 anni, non sente la mia stessa necessità ma io non ho intenzione di rinunciare. Se temo che un domani mio figlio potrà soffrire di questa situazione? No, se si rende il bambino impermeabile attraverso il dialogo e l'intelligenza. Tutto sta nel dare forme di difesa al bambino". Ad Asti, Pietro e Marco hanno avuto due gemelli da una coppia di lesbiche: Pietro ha finto di essere il compagno di Laura e con lei è andato in un centro per la fecondazione assistita a Bologna. I bambini, nati nel 2002, chiamano mamma e papà i genitori biologici e vivono con le donne. "Sono vivacissimi", racconta Pietro, "e molto felici quando ci vedono tutti e quattro insieme: siamo la loro famiglia, i loro punti di riferimento. Alla gita dell'asilo, per esempio, hanno voluto che andassimo tutti". La coppia gay ha anche preparato una cameretta per accogliere i bimbi, dove, per ora, c'è solo il computer e una galleria di foto di compleanni, estati al mare. Col tempo si vedrà. "Certo, quando cresceranno inizieranno a farsi delle domande", dice Pietro. "E allora riusciremo a trovare le risposte per spiegare loro questa strana famiglia che però funziona". Uomini gay, quindi, che cercano in amiche, lesbiche o etero, la risposta ai loro desideri di paternità. Ma anche uomini etero che decidono non solo di dare il proprio seme a coppie lesbiche, ma di condividere una progettualità genitoriale al di là di un rapporto di coppia. Perché in fondo l'amore molto spesso finisce, le storie naufragano, le passioni si spengono. Ma un'amicizia vera rischia davvero di durare. E allora quasi va a sostituire quel bisogno di condivisione e di continuità che le relazioni sentimentali sembrano non dare più. Un'amicizia profonda e totalizzante che riempie e appaga anche il desiderio di paternità/maternità. Un intreccio di nuovi legami che per la legge italiana continua a non valere nulla. Se pensavate che Will & Grace, la sit-com ambientata a Manhattan, sulla relazione di affetto e complicità tra un gay e una straight, fosse solo una fiction, da oggi potete dubitarne. I loro figli sono già una realtà. (Foto dell'agenzia Polaris/G. Neri)

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Né maschio né femmina

di Alessandra Baduel

Per l'Oms sono uomo, donna, gay, lesbica, trans. A San Francisco però sparisce l'obbligo di indicare il genere sui documenti. E in Italia, che ne pensiamo?
Nome, cognome, età, indirizzo. Genere. Ecco il profilo della nostra identità ufficiale. Ma se leviamo la casella dove appare M o F, che succede? Che succede con la patente, il codice fiscale, il passaporto, ogni documento d'identità o "riconoscimento", come appunto si dice? Che succede in banca, dal datore di lavoro, alla firma di un contratto? Domande che danno una pericolosa importanza a eventi "nominali", per alcuni. Che provengono da culture lontane dalla nostra, per altri. Ma, per altri ancora, diritti da garantire a chi il proprio genere lo sente diverso da quello che gli offre la propria anatomia. Domande che tornano ora, con la notizia che la municipalità di San Francisco ha deciso di rilasciare documenti che prevedono la foto ma non l'indicazione del sesso. Ed è anche occasione per chiedersi, come faceva un forum organizzato da Le Monde in novembre, quali sono le nuove frontiere delle differenze sessuali.

Secondo le stime del Movimento italiano transessuali, in Italia le persone Mtf o Ftm, in transito Male to female e viceversa, sono circa 20mila. La cifra include anche chi ha scelto di non operarsi. Nel 2003 erano la metà. "Sono aumentati quelli che dichiarano cosa sentono", spiega la vice presidente del Mit, Porpora Marcasciano. I problemi, invece, non sono diminuiti. A Bologna, Porpora sta preparando un convegno: "Nati in un corpo sbagliato, o in un mondo sbagliato?". Non ha mai voluto operarsi e continua ad arrangiarsi coi documenti da uomo. "Se una trans si ricovera in ospedale", spiega, "la mettono fra gli uomini. Tutto quello che è diviso in maschi e femmine crea difficoltà". Don Andrea Gallo nella sua comunità di San Benedetto, a Genova, accoglie spesso trans. "Una brasiliana operata a Napoli", racconta, "era raggiante. Cattolica, voleva sposarsi in chiesa con l'uomo che amava. Ma la parrocchia, in Brasile, non ha voluto cambiare il certificato di battesimo: ha dovuto accontentarsi del rito civile. Quanto all'Italia, purtroppo siamo al livello che Veltroni temporeggia sul registro delle unioni civili a Roma. Io rispetto il principio dell'autodeterminazione: quella è una dottrina certa. Non seguendola, si provocano invece danni enormi". Gigliola Toniollo, responsabile del settore Nuovi diritti della Cgil, riceve le denunce di discriminazioni sul lavoro, spesso anonime, di molti transessuali. "C'è mobbing", segnala, "e venire assunti, quando lo scoprono, è impossibile. Servirebbe levare il genere dal codice fiscale. Poi c'è il problema del decreto Bassanini sul riordino anagrafico, della prima legislatura del centrosinistra. Il vecchio decreto regio lasciava libera scelta nel cambiare un nome "che causa disagio". Ora invece il cambiamento è vincolato al sesso stabilito alla nascita
Quindi chi vuole cambiare usa nomi ambigui come Celeste, Robin, Andrea. Ma intanto c'è soprattutto una cultura, che fa scrivere sui giornali "un trans rapina il cliente", considerandola un "lui" e dando per scontato che se è trans, allora si prostituisce". Oggi, in Italia, per cambiare il sesso sui documenti bisogna affrontare l'operazione che elimina l'apparato riproduttivo. Poi serve l'approvazione di un magistrato. Stefano, Ftm quarantenne di Milano, qualche anno fa raccontava a D: "Quando ho cominciato il transito da donna a uomo, ho perso il posto in fabbrica. Ho affrontato le operazioni, mi sono levato tutto. Il giudice, dopo aver rimandato per circa quaranta volte l'udienza, mi ha finalmente ricevuto. Per concludere che serviva un'altra perizia medica. Solo dopo, mi ha dato il permesso di dichiararmi uomo". Il deputato Sd Franco Grillini, primo firmatario di uno dei tre disegni di legge per il superamento dell'obbligo all'operazione, segnala due cose: "Come dice la legge spagnola a cui ci siamo ispirati, non servono né l'operazione, né il magistrato. Alla conferenza di Pechino del 2003, l'Oms (Organizzazione mondiale della sanità, ndr) ha dichiarato che esistono non due ma cinque sessi: uomo, donna, gay, lesbica, transessuale". E la deputata di Rifondazione Comunista Titti De Simone, firmataria di un'altra delle proposte, ricorda: "Ormai siamo fuori anche dal quadro europeo. Le differenze di genere sono il motore del mondo, ma l'importante è la libera scelta. Bisogna superare i cliché, anche quelli delle femministe storiche. Oggi ci sono generi, generazioni e femminismi che s'intrecciano".

In sintonia con l'Oms, da anni le giovani femministe si confrontano con le varie e-spressioni del mondo Glbtq (Gay, lesbian, bisexual, transexual e queer - alla lettera, "eccentrico"). Scrivono che "ognun@ deve essere liber@ di esprimere la propria sessualità". Con la chiocciola, per non chiudere in "a". Dividere in maschi e femmine, dicono, è "utile per il controllo, per il potere". E se vanno da sole alla manifestazione contro la violenza sulle donne, lo chiamano "separatismo tattico". Sui documenti senza F o M, le romane di A/Matrix commentano: "Se implica che nazionalità, colore e genere diventano "in-significanti" per l'accesso ai diritti di cittadinanza, vuol dire che il potere delle norme per una volta decide di ritirarsi dalla vita. Le definizioni rigide (cittadino/ clandestino, maschio/femmina, sposato/libero, bianco/nero) si portano sempre dietro un carico di violenza. Rimane il fatto che, sul piano politico e sociale, genere e colore sono tutt'altro che insignificanti. E la cancellazione del genere dai documenti non va intesa come una mossa verso una società sex/gender blind, senza sesso e genere, ma valorizzata come tentativo di andare oltre categorie cristallizzate".
Fanno eco le bolognesi del Sexy Shock: "Forse l'invio del curriculum senza sesso potrebbe far superare un primo ostacolo, di sicuro per un telelavoro: ma quando il corpo entra in scena che succede? In Italia il documento non basterebbe. Però ci piacerebbe poter scegliere come dichiararci. Non negare l'identità di genere, ma renderla flessibile e svincolata dal sesso biologico. Potrebbe essere un passo della battaglia contro le discriminazioni".

Non la pensa così il sindaco di Venezia Massimo Cacciari. "La trovo una tipica trovata californiana, pura New Age, puro nominalismo. Si tratta di problemi culturali profondi, non si risolvono con risibili scorciatoie. Cosa vuole che cambi nella violenza quotidiana contro le donne, per esempio? Le leggi possono solo sancire dei mutamenti culturali, non crearli. Poi, non vedo che c'è di male, ovvio: se uno vuole, cambia sesso. Però non mi piace il carnevale perpetuo. Tutti desiderano una maschera, ma se diventa un fatto permanente, diventa legge. Certo, si tratta di minoranze anche pesantemente discriminate. Però l'ossessione per i mutamenti formali è il più banale degli imborghesimenti". E un sindaco come quello di Cittadella, che dal Padovano ha deciso di fare di testa sua per il "problema immigrati"? Massimo Bitonci sui documenti senza sesso non ha incertezze: "Singolare iniziativa, ma non sono contrario. Credo nella libertà. Certo, fatta salva la sicurezza della collettività. Insomma, basta che non serva a mascherarsi. Se c'è la foto e corrisponde alla persona, per me va bene". Più perplesso il sindaco della bergamasca Caravaggio, Giuseppe Prevolini, che non vuole più sposare immigrati senza permesso di soggiorno. "Mi sembra più che altro una provocazione. Noi siamo una cultura diversa. E, da un punto di vista pratico, vedo poca possibilità di attuazione. Ma con ciò, non esprimo alcuna critica verso certe scelte". Niente incertezze per Sergio Biasi, sindaco della leccese Melpignano: "Questo è il secolo dei diritti e dei cittadini. L'unico problema è che non posso farlo. Come non posso sposare due uomini, anche se ero al Gay Pride a Bari con il gonfalone della mia città. Il cambiamento culturale riguarda tutti. E le leggi possono aiutare". Per combattere le discriminazioni l'Italia ha un ministero, le Pari opportunità, anche se da soli 10 anni. "Quella di San Francisco è una scelta coraggiosa", commenta Barbara Pollastrini, "non a caso viene da un Paese moderno, che compie anche atti molto reazionari ma sa fare investimenti di fiducia come questo. Non credo affatto si tratti di pura forma: per chi vive tutti i giorni la discriminazione, un pezzo di carta è simbolico, è importante.
Chi lo chiede, sa che la forma è sostanza. Da noi, parlarne è un'occasione per far cadere dei tabù. Io difendo sempre i diritti civili, la libertà. Unita alla responsabilità. La cosa andrebbe studiata. Però, perché no? C'è il problema creato dal decreto Bassanini? Se il Parlamento lo consentisse, lo affronterei volentieri. Le re- gole, secondo me, vanno usate per eliminare le discriminazioni, non per crearle. L'Italia è malata di conservatorismo e di familismo. In più, abbiamo purtroppo un'élite poco attenta a quanto sia prezioso investire sui diritti della persona".
(Pubblicato il 04 gennaio 2008)
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Usa, morto il pilota dell'Enola Gay sganciò l'atomica su Hiroshima

"Sono orgoglioso di essere partito dal niente, aver pianificato l'intera operazione
ed essere riuscito ad eseguire il lavoro perfettamente. La notte dormo bene"

WASHINGTON - E' morto a 92 anni Paul Tibbets, il pilota del B-29 'Enola Gay' che sganciò la bomba atomica su Hiroshima. Tibbets si è spento a Columbus, in Ohio. Lo ha reso noto un portavoce della famiglia.

Tibbets, all'epoca colonnello, diede al bombardiere B-29 Superfortress il nome della madre (dall'eroina di un romanzo). Le cronache raccontano che il comandante regolarmente assegnato dell'aereo si infuriò per essere stato scavalcato da Tibbets per questa importante missione, e diede in escandescenze quando la mattina del 6 agosto, nella base aerea sull'isola di Tinian, nelle Marianne, vide l'aereo dipinto con il nuovo nome. Lo stesso Tibbets, intervistato dopo il bombardamento atomico, confessò il suo imbarazzo per aver associato il nome di sua madre a un'operazione bellica di quel tipo.

La missione fu compiuta il 6 agosto 1945, con un equipaggio di 14 persone. L'ordigno da 4,2 tonnellate, battezzato 'Little Boy', venne sganciato alle 8,15. Esplodendo in aria poco prima di toccare il suolo di Hiroshima, la bomba sviluppò un'ondata di calore che
raggiunse i 4.000 gradi centigradi in un raggio di oltre 4 chilometri, seguita da un sinistro fungo di fumo. Centoquarantamila dei 350 mila abitanti della città morirono sul colpo, ma l'esplosione atomica lasciò per anni sulla città una sinistra scia di morte e sofferenza. Alla fine, a Hiroshima le vittime accertate della bomba atomica furono 221.823, con quelle che hanno perso la vita per i danni provocati dalle radiazioni nucleari. "Non sono orgoglioso di aver ucciso quelle persone - ha detto Tibbets anni fa, in un'intervista - ma sono orgoglioso di essere partito dal niente, aver pianificato l'intera operazione ed essere riuscito ad eseguire il lavoro perfettamente. La notte dormo bene".

La missione su Hiroshima, infatti, venne descritta come impeccabile dal punto di vista tattico. Al contrario, quella effettuata tre giorni dopo su Nagasaki dal B-29 Bockscar pilotato dal maggiore Charles W. Sweeney, che sganciò un secondo ordigno nucleare, "Fat Man", provocando 74mila morti, è stata bollata come tatticamente errata, anche se raggiunse lo scopo, spingendo il Giappone alla resa e chiudendo così la Seconda guerra mondiale.

Tibbets lasciò l'aeronautica militare Usa nel 1966 con il grado di generale e mise in piedi una società di taxi-jet in Ohio. Secondo quanto ha riferito l'amico di famiglia Gerry Newhouse, ha lasciato detto di non celebrare un funerale e di non porre una lapide sulla sua tomba, per il timore che divenga un luogo per manifestazioni di protesta.
(Pubblicato il 02 novembre 2007)
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